The Burgess Boys

Le correzioni

«Credi sempre che i tuoi figli saranno uguali a quelli del catalogo di Sears. [...] Ma non lo sono.»

Integrazione, famiglia, razzismo, famiglia, terrorismo, famiglia, post 11 settembre, famiglia, Iraq, famiglia, Lehman Brothers, famiglia, Maine, famiglia, New York, famiglia disfunzionale.Ma com'è che questa Strout mi sembra tanto Franzen con la sua abitudine a mescolare tutto in un minestrone cosmico?

Sono dovuta arrivare a poco meno di centocinquanta pagine dalla fine, a fronte delle

Le correzioni

«Credi sempre che i tuoi figli saranno uguali a quelli del catalogo di Sears. [...] Ma non lo sono.»

Integrazione, famiglia, razzismo, famiglia, terrorismo, famiglia, post 11 settembre, famiglia, Iraq, famiglia, Lehman Brothers, famiglia, Maine, famiglia, New York, famiglia disfunzionale.Ma com'è che questa Strout mi sembra tanto Franzen con la sua abitudine a mescolare tutto in un minestrone cosmico?Sono dovuta arrivare a poco meno di centocinquanta pagine dalla fine, a fronte delle quasi quattrocentocinquanta dell'intero romanzo, per riconoscere la Strout che ho tanto amato (e apprezzato) nei precedenti tre romanzi, un'autrice capace di scavare a fondo nella psicologia dei suoi personaggi, di dare voce al loro sentire più intimo e ai loro pensieri più reconditi.Qui, invece, sembra quasi che abbia impiegato due terzi del romanzo per disegnarne l'architettura, che sia rimasta invischiata in qualche assurdo calcolo ingegneristico soffocata fra profondità delle fondamenta, gettata del calcestruzzo e indice di edificabilità dell'edificio.Solo in chiusura del libro terzo e nel libro quarto, come dicevo, i personaggi, i fratelli Jim, Bob e Susan Burgess, ma anche le mogli Helen e Pam, cominciano ad acquistare spessore e tridimensionalità.Troppo poco, se paragonato all'interezza del romanzo.Troppo poco se penso alla rivelazione e allo stupore continuo dei tre che l'hanno preceduto.

Non so se questa cosa sia centrale nel romanzo, avevo appuntato dopo le prime pagine, ma leggere del crimine di odio

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di cui si macchia Zach, uno dei Burgess di nuova generazione, il figlio di Susan, mi ha fatto subito pensare allo Svedese e alla sua famiglia in Pastorale Americana di Philip Roth, non solo per la scelta violenta e l'insofferenza che colpisce uno dei giovani della famiglia (e che la coinvolge e la trascina con sé), ma anche per il prologo con il quale qui l'autrice, una scrittrice, lì l'alter ego di Roth, Nathan Zuckerman, introducono la storia.

Ecco, non sono stata l'unica, leggo in quarta di copertina che anche il Time fa riferimento a Roth e alla famiglia dei Levov.

Con toni più intimi, scrive, riferendosi a quella dei Burgess, ma pur sempre una famiglia disfunzionale come ce ne sono tante, aggiungo io, come i Levov, come i Lambert di Franzen.

Ma ecco, troppa distanza dalle singole storie, all'inizio, troppi rivoli, troppa dispersione, troppe vicende appena accennate, come quella della comunità somala di Shirley Falls e di alcuni dei suoi membri.Quella di Elizabeth Strout è sempre una gran bella scrittura, ma per troppe pagine ne esce come soffocata, come cemento, prima armato e poi ingabbiato in un pilastro. Dove sono finiti i cieli freddi e tersi del Maine e le parole di un'autrice finora capaci di far perdere lo sguardo fra quegli spazi esteriori e l'introspezione dei suoi personaggi?

(Bob) - «Non aveva ricordi di una vita di cui Jim non fosse stato il centro luminoso.»(Susan) - «Ed era troppo tardi. Nessuno vuole mai credere che sia troppo tardi, ma lo sta sempre diventando. E poi lo è.»(Jim) - «Cosa farò, Bob? Non ho più una famiglia.»«Sì, l'universo si era inclinato.»«I fatti non avevano importanza. Erano le storie ad avere importanza, e ciascuna delle loro storie apparteneva soltanto a ciascuno di loro.»

«Nessuno conosce mai veramente qualcuno.»


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Category: Review

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